L'ascensore di G. Caproni
Quando andrò in paradiso non voglio che una campana lunga sappia di tegola all'alba - d'acqua piovana.
Quando mi sarò deciso d'andarci, in paradiso ci andrò con l'ascensore di Castelletto, nelle ore notturne, rubando un poco di tempo al mio riposo.
Ci andrò rubando (forse di bocca) dei pezzettini di pane ai miei due bambini. Ma là sentirò alitare la luce nera del mare fra le mie ciglia, e... forse (forse) sul belvedere dove si sta in vestaglia, chissà che fra la ragazzaglia aizzata (fra le leggiadre giovani in libera uscita con cipria e odor di vita viva) non riconosca sotto un fanale mia madre.
Con lei mi metterò a guardare le candide luci sul mare. Staremo alla ringhiera di ferro - saremo soli e fidanzati, come mai in tanti anni siam stati. E quando le si farà a puntini, al brivido della ringhiera, la pelle lungo le braccia, allora con la sua diaccia spalla se n'andrà lontana:la voce le si farà di cera nel buio che la assottiglia, dicendo "Giorgio, oh mio Giorgio caro: tu hai una famiglia."
E io dovrò ridiscendere, forse tornare a Roma. Dovrò tornare a attendere (forse) che una paloma bIanca da una canzone per radio, sulla mia stanca spalla si posi. E alfine (alfine) dovrò riporre la penna, chiuder la càntera:"É festa", dire a Rinae al maschio, e alla mia bambina. E il cuore lo avrò di cenere udendo quella campana, udendo sapor di tegole, l'inverno dell'acqua piovana.
Ma no! Se mi sarò deciso un giorno, pel paradiso io prenderò l'ascensore di Castelletto, nelle ore notturne, rubando un poco di tempo al mio riposo.
Ruberò anche una rosa che poi, dolce mia sposa, ti muterò in veleno lasciandoti a pianterreno mite per dirmi: "Ciao, scrivimi qualche volta," mentre chiusa la porta e allentatosi il freno un brivido il vetro ha scosso.
E allora sarò commosso fino a rompermi il cuore: io sentirò crollare sui tegoli le mie più amare lacrime, e dirò "Chi suona, chi suona questa campana d'acqua che lava altr'acqua piovana e non mi perdona?"
E mentre, stando a terreno, mite tu dirai: "Ciao, scrivi," ancora scuotendo il freno un poco i vetri, tra i vivi viva col tuo fazzoletto timida a sospirare io ti vedrò restare sola sopra la terra:
proprio come il giorno stesso che ti lasciai per la guerra.
Quando andrò in paradiso non voglio che una campana lunga sappia di tegola all'alba - d'acqua piovana.
Quando mi sarò deciso d'andarci, in paradiso ci andrò con l'ascensore di Castelletto, nelle ore notturne, rubando un poco di tempo al mio riposo.
Ci andrò rubando (forse di bocca) dei pezzettini di pane ai miei due bambini. Ma là sentirò alitare la luce nera del mare fra le mie ciglia, e... forse (forse) sul belvedere dove si sta in vestaglia, chissà che fra la ragazzaglia aizzata (fra le leggiadre giovani in libera uscita con cipria e odor di vita viva) non riconosca sotto un fanale mia madre.
Con lei mi metterò a guardare le candide luci sul mare. Staremo alla ringhiera di ferro - saremo soli e fidanzati, come mai in tanti anni siam stati. E quando le si farà a puntini, al brivido della ringhiera, la pelle lungo le braccia, allora con la sua diaccia spalla se n'andrà lontana:la voce le si farà di cera nel buio che la assottiglia, dicendo "Giorgio, oh mio Giorgio caro: tu hai una famiglia."
E io dovrò ridiscendere, forse tornare a Roma. Dovrò tornare a attendere (forse) che una paloma bIanca da una canzone per radio, sulla mia stanca spalla si posi. E alfine (alfine) dovrò riporre la penna, chiuder la càntera:"É festa", dire a Rinae al maschio, e alla mia bambina. E il cuore lo avrò di cenere udendo quella campana, udendo sapor di tegole, l'inverno dell'acqua piovana.
Ma no! Se mi sarò deciso un giorno, pel paradiso io prenderò l'ascensore di Castelletto, nelle ore notturne, rubando un poco di tempo al mio riposo.
Ruberò anche una rosa che poi, dolce mia sposa, ti muterò in veleno lasciandoti a pianterreno mite per dirmi: "Ciao, scrivimi qualche volta," mentre chiusa la porta e allentatosi il freno un brivido il vetro ha scosso.
E allora sarò commosso fino a rompermi il cuore: io sentirò crollare sui tegoli le mie più amare lacrime, e dirò "Chi suona, chi suona questa campana d'acqua che lava altr'acqua piovana e non mi perdona?"
E mentre, stando a terreno, mite tu dirai: "Ciao, scrivi," ancora scuotendo il freno un poco i vetri, tra i vivi viva col tuo fazzoletto timida a sospirare io ti vedrò restare sola sopra la terra:
proprio come il giorno stesso che ti lasciai per la guerra.
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